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L’importanza della parte personale …

Personal
Bruno Marcato

PE: Caro Bruno, negli ultimi anni hai fatto parte di vari gruppi di scambio, dei quali almeno uno si è occupato esplicitamente della tematica della carenza del personale nel sociale. Grazie a un nostro breve colloquio preliminare ho saputo da te degli spunti che sono emersi durante le vostre analisi nel corso del tempo. Fra le nozioni che usi nei tuoi protocolli spiccano „Accreditamento“, „Sistema“, „Conoscenza“ e „Senso“, tutte e quattro in qualche maniera logicamente collegate tra di loro. Ti chiederò, se sei d’accordo, di commentarli uno dopo l’altro, ma vorrei incominciare questa intervista con una domanda. Quali sono le difficoltà che trovano persone residenti fuori della nostra provincia e interessate a lavorare nell’Alto Adige? 

Marcato: Innanzitutto dobbiamo constatare che il problema della carenza di forze lavorative è un problema trasversale che riguarda tutta la società e all’interno del sociale sia il pubblico che il privato. Uno dei fattori che è causa di questa situazione è il fatto che il costo della casa è un disincentivante per persone che avrebbero interesse a spostarsi nella nostra provincia. Avendo l’Alto Adige un’impostazione di tipo turistico, sono poche le case che rimangono a disposizione, e comunque sono molto care con costi proibitivi. Un secondo fattore, almeno per la pubblica amministrazione, è la questione del patentino. Se finora il patentino ha protetto il mercato di lavoro e incentivato la conoscenza della seconda lingua, in questo momento sta diventando un grande limite. Questa necessità è un grosso scoglio sia per i cittadini austriaci e tedeschi che per i cittadini italiani non altoatesini. 

PE: Passiamo al primo aspetto rimarcato e discusso nei gruppi di scambio dei quali hai fatto e fai parte: l’accreditamento. 

Marcato: Se oggi parliamo di accreditamento non parliamo più della garanzia di una qualità minima, bensì di un sistema che costringe i servizi a presentare non so quanti documenti e quante pagine di testi. Chi si presenta deve essere preparato fino ai minimi particolari, con procedure e modalità di lavoro che richiamano al modello industriale dove esiste soprattutto la procedura, un sistema che nel tempo ha determinato il costituirsi di una „organizzazione difensiva“, attenta a evitare rischi e responsabilità più che a vedere il fabbisogno effettivo. Quanto vogliamo ancora spingere sul piano burocratico e amministrativo? Tanto fino a perdere di vista gli elementi sostanziali della relazione? È l’esperienza che realmente crea la scientificità dei nostri modelli e quindi l’efficacia. Sappiamo bene che il titolo di studio nella pratica non conta mai più del cinquanta percento. L’accreditamento sta diventando un vero e proprio imbuto, perché definisce il concetto di qualità esclusivamente attraverso le procedure, cioè attraverso la standardizzazione, mentre in fondo nel sociale è proprio la non-standardizzazione che rende innovativo e di qualità elevata il servizio. L’attuale sistema che ormai ha almeno 20 anni di vita, dovrebbe essere rivisto, in funzione dei tempi attuali, delle risorse e delle ricerche della Experience Based che sempre più sta portando nel contesto sociale uno sguardo nuovo di „scientificità degli interventi“. Bisogna introdurre nuove variabili che favoriscano forme di flessibilità. Un discorso simile può essere fatto sulla formazione. L’operatore socio-sanitario che lavora deve percorrere quattro anni di scuola. Si può ipotizzare che profili in ogni caso molto „orientati al fare“ possano formarsi nei contesti di lavoro. Quando una persona esce dalla scuola, entra nel lavoro dove si „forma“ una seconda volta, e spesso dell’appreso rimane solo una piccola parte perché tutto viene ricontestualizzato. Per prima cosa servono competenze più pratiche e meno teoriche, e per seconda cosa abbiamo bisogno dell’operatore il più presto possibile. 

PE: Cosa mi racconti sulle vostre riflessioni sul sistema dei servizi sociali come totalità? 

Marcato: Bisogna riflettere su necessari cambiamenti del sistema dei servizi sociali e su quanto il sistema attuale rende il lavoro poco attraente e poco legato ai principi umanistici del lavoro. Abbiamo alcune tematiche che devono essere tenute in considerazione, per anni abbiamo osservato la piramide della popolazione per capire i bisogni delle persone, ma non abbiamo calcolato ugualmente che in quella piramide ci sono anche i lavoratori che calano negli anni significativi. Il babyboom degli anni 60 è passato, proprio quella numerosa popolazione sta andando in pensione e le forze di lavoro stanno calando. Dall’altra parte fino a ora abbiamo sempre diviso le categorie dei bisogni in base alle diagnosi, alle problematiche, creando dei percorsi paralleli finalizzato al sostegno delle „lobby“ delle patologie. Chi aveva più influenza o una nuova emergenza, prendeva più risorse o si innovava maggiormente. Di fatto abbiamo costruito un sistema parallelo di servizi uguali e ripetuti per le varie categorie, decidendo ogni volta in quale categoria „collocare“ la persona bisognosa. Questo ha creato una sommatoria di servizi, ogni volta qualcosa di nuovo, ma mai facendo sintesi, come se a ogni bisogno bisognasse rispondere con un servizio. Oggigiorno però le carenze di risorse, soprattutto umane, ci obbligherà a cambiare prospettiva, inoltre ormai difficile individuare le categorie perfette, anzi, ci saranno sempre più disabili con problemi di dipendenza, poveri con problemi psichiatrici, persone con una molteplicità di difficoltà e difficilmente collocabili. Nel nostro sistema attuale una persona è costretta a muoversi da un servizio all’altro, da un’associazione all’altra, da un reparto all’altro. Il nostro sistema degli aiuti sociali va modificato nel senso che si deve cominciare a pensare e ad agire sulle base del concetto della sintesi. Similmente lo possiamo pensare sul piano della gestione amministrativa. Negli ultimi anni si dice che manca personale, quindi tutto è in ritardo, ma se abbiamo meno risorse perché non cambiamo il sistema e ne approfittiamo per renderlo più semplice, meno dispendioso per tutti, invece ad aspettare l’implosione? 

PE: Riflettendo su interazioni e lavori in rete avete parlato della questione della conoscenza. Com’è da intendere questo concetto in questo contesto? 

Marcato: Stiamo vivendo un cambio generazionale. Abbiamo nuovi dirigenti nati negli anni 90, con esperienze formative e culturali diverse rispetto alla generazione degli anni 60 che ha partecipato alla costruzione dell’attuale sistema di welfare. Hanno un’impostazione molto „professionale“ e „tecnica“ orientata al compito, e sono maggiormente espressione della società pragmatica e orientata ai risultati. Appare come una „scissione“ nel passaggio generazionale, e mi pare che manchi una storicizzazione dei processi che ci hanno portato al sistema attuale. Mi pare di rilevare che mancano gli spazi per i saperi storici e contestuali, mancano gli scambi e le condivisioni. La vecchia generazione ha un’idea più ampia e più profonda del sociale, forse più dispersiva, ma molto legata a dei principi di advocacy, da dove è partita. Scambi e condivisioni tra le generazioni negli ultimi dieci anni sono assolutamente mancati. Si osservava inoltre un legame maggiore tra pubblico e privato, dentro una „visione“ che avvicinava anche per aver partecipato agli stessi eventi storici. Mancano occasioni di formazione congiunta. Ognuno sta nel proprio giardino, e manca una funzione che favorisca la sinergia. Ridurre il sociale alla prestazione specifica con un’ottica al bilancio è una cosa, integrare le visioni un’altra. Integrare le visioni però vorrebbe dire non solo avvicinare visioni vecchie e nuove della società del futuro, ma anche aumentare l’attrattività del sociale e quindi anche una collaborazione nel sociale. In fin dei conti non parliamo di niente meno che del senso del lavoro nel sociale. 

PE: Un lavoro senza senso mette in dubbio parte del senso della propria esistenza. Viceversa, un lavoro che fa senso è attraente. In che modo questa verità quasi banale è entrata nelle vostre discussioni? 

Marcato: La scelta intrinseca di lavorare nel sociale segue tre filoni motivazionali. È una scelta ideologica per una società che tutela i più deboli, è una scelta legata all’importanza del lavoratore, alla relazione nei processi di aiuto, all’importanza dello scambio, dell’apprendimento reciproco, dell’interesse per l’altro. Ed è, infine, una scelta collegata all’idea di prendersi cura dell’altro, di curare, di sostenere, di accompagnare, di assistere. Tre impostazioni non escludenti, ma che richiamano all’esigenza di rispolverare il concetto di „essere al servizio“. Una delle difficoltà che emergono nello scambio con i lavoratori è che l’eccessiva procedurizzazione, l’organizzazione „difensiva“, il lavoro per prestazioni, si scontra molto con questi aspetti motivazionali che riducono l’attrattività e svalutano l’importanza della parte personale che nei sistemi di aiuto è la parte più importante e significativa. Niente di più potente nel processo di aiuto è quando la relazione è sentita e significativa per entrambi, operatore e assistito. Il sociale deve mettere a disposizione un lavoro dove le persone possano tirare fuori l’anima, la loro espressività, la loro creatività. Invece stiamo per soffocare in un taylorismo in cui ogni dettaglio è già scritto e prescritto. In questa maniera non si riesce più a conquistare i giovani che sono convinti di poter dare qualcosa di importante. 

PE: Quali sono le conclusioni, sicuramente provvisorie, che ti senti di trarre dopo queste numerose riflessioni? 

Marcato: Chiediamo concretamente una revisione dei criteri di accreditamento e una maggiore flessibilità sui requisiti del personale. Inoltre, dobbiamo promuovere un’azione di formazione per le dirigenze nel pubblico e nel privato. Inoltre, è da prevedere dentro un periodo medio lungo la rivisitazione dei percorsi che prevedono la divisione eccessivamente stretta delle categorie di aiuto che in questo momento rischiano di rispondere parzialmente e in fora dispersiva alle varie esigenze delle persone. In generale è necessario continuare a monitorare le tematiche che riguardano il lavoro sociale e fare ricerche specifiche sulle nuove esigenze della popolazione dentro una società che cambia continuamente. Piccoli successi li abbiamo già osservati perché nel Piano sociale ci sono dei punti di riflessione sia sul coinvolgimento della società civile che sul tema del personale. 

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