Antonio Viganò (attore, regista, drammaturgo) ha fondato a Bolzano nel 2013 una compagnia di teatro composta da persone con diverse disabilità. Insieme a lui Paola Guerra, già attrice e pedagogista teatrale. Poco dopo Martina Zambelli li ha supportati organizzando un ufficio in grado di strutturare il lavoro della compagnia teatrale. Da qualche anno anche Paolo Grossi (attore e regista) affianca Antonio & Paola nella conduzione della cooperativa teatrale. Quest’anno la compagnia Teatro la Ribalta – Kunst der Vielfalt festeggia i dieci anni dalla fondazione. Li abbiamo invitati per raccontarci come è nata l’idea di questo progetto, come si è sviluppato e che cosa ne è adesso.
T.RAUM, del quale si parlerà spesso in questa intervista, è la sala prove, è il luogo nel quale si svolgono tutte le diverse attività della compagnia teatrale.
PE: Grazie per aver accettato l’invito per raccontarci del vostro lavoro e della vostra storia molto particolare. Antonio, vuoi iniziare tu?
Viganò: Io ho incontrato il mondo della disabilità leggendo un romanzo dal titolo „Fratelli“ che parla della relazione tra due fratelli, di cui uno autistico, e da questo straordinario racconto è nato uno spettacolo teatrale che ha avuto un successo internazionale. Io non ho cercato la disabilità, io credo che in teatro si vada a cercare la vita e ho avuto la fortuna di incrociare in Francia un gruppo teatrale composto da persone con disabilità motorie e psichiche che si chiama L’Oiseau Mouche. Ho trovato che lì c’era qualcosa che apparteneva alla creatività, al mistero, che mi interessava molto. Perché io non cerco le „disabilità“, ma cerco delle „persone“ che abbiano delle ombre e che con queste ombre possano raccontarci qualcosa che noi non vediamo normalmente. E lì dentro, in quelle persone, ci può essere tutto un mondo creativo. La sincerità, la trasparenza dei loro sentimenti, delle loro emozioni, è molto rara. In più c’è una cosa che hanno solo questi attori e queste attrici che io chiamo „di-versi“ ed è che non hanno nessuna forma di superego e narcisismo, cosa che invece ha infettato tante volte il teatro „normale“. Questo è il fascino che mi porta a essere lì.
PE: Paola, tu hai lavorato con Antonio fin dall’inizio. Come ti sei aggiunta a questo gruppo?
Guerra: Con Antonio ci siamo conosciuti perché ero presidente di un’associazione di teatro della scuola qui a Bolzano e ho chiamato Antonio per condurre dei laboratori con noi. Lì il suo approccio al lavoro l’ho condiviso subito. Sono stata scaraventata nel mondo della disabilità e ci ho messo un po’ di tempo a capire come potevo lavorare con degli attori e delle attrici con disabilità. E qui ho imparato soprattutto a condividere quelle che potrebbero essere le loro emozioni. Ho imparato a portare il mio mondo teatrale, ho imparato a capire che per lavorare con questi attori è fondamentale un processo d’amore, declinato in vari modi. Quando arrivo al T.RAUM con tutte le mie preoccupazioni, succede qualcosa. Succede che non sono io a salvare loro ma che sono loro a salvare me.
PE: Come hai vissuto il lavoro con questi ragazzi e come sei subentrata tu e in che ruolo?
Guerra: I ruoli nella compagnia non sono proprio definiti, nel senso che passano dal pulire il T.RAUM, a fare dei laboratori, a fare delle regie, ma anche guidare il furgone, a pulirlo, caricarlo. Il mio lavoro è cercare di essere lì dove c’è bisogno. È un po’ anche questa la compagnia. Negli ultimi anni però mi sono dedicata di più all’aspetto della formazione, a quello che è l’aspetto della relazione con gli attori, con la loro vita anche personale e quelle che sono le relazioni con le famiglie. Adesso funziona così che io elaboro dei materiali che poi forse Antonio prende e inserisce negli spettacoli. C’è questa relazione che qualche volta è anche burrascosa, nel senso che siamo tutti pieni di grandi emozioni, di grande passionalità. Il lavoro nel teatro è anche questo.
Viganò: Sì, forse la responsabilità artistica la prendo io, però ci sono tanti materiali che Paola ha creato durante il suo lavoro di formazione o che io magari ho rubato osservando il lavoro di Paola o che mi ha colpito magari osservando il suo lavoro. Tante volte capita che ci venga in mente un lavoro durante un pranzo, durante una cena insieme con gli attori. Uno racconta una storia, uno ride in un certo modo oppure uno si arrabbia in un altro modo. E non solo io, noi tutti cerchiamo di rubare quei momenti di verità che magari ci sembrano utili per poi costruire lì dentro uno spettacolo. Chi lo fa nella formazione, io nella regia, Paolo nella sua attività. Andiamo a cercare dei misteri, delle capacità che sono nascoste lì dentro. A noi non interessa la „disabilità“ quando siamo in scena. Chiunque di loro, al di là della malattia, della patologia, dei difetti, dei pregi, può, in quel momento, essere vero e può raccontare una storia che abbiamo deciso di raccontare. Sembra molto semplice ma, come abbiamo visto, è poi molto complesso.
PE: Paolo, tu sei subentrato nel gruppo teatrale circa quattro anni fa. In che modo ti sei aggiunto e come stai vivendo questa esperienza?
Grossi: Io conoscevo già Paola perché avevo fatto con lei un laboratorio quando frequentavo le scuole medie, quindi l’ho conosciuta da ragazzino. Sono stati proprio Paola & Antonio, in una festa al Teatro Cristallo cinque anni fa, a invitarmi a vedere delle prove. Sono andato al T.RAUM e immediatamente, quando sono entrato, ho capito che sarebbe stato un luogo che mi interessava e che avrei dovuto approfondire per la mia crescita artistica. In quel tempo facevo l’attore in più compagnie, ma poi ho iniziato la relazione con la compagnia affiancando Antonio in un lavoro a Roma. Da lì sono entrato nel „Peep Show per Cenerentola“ come attore e assistente alla regia. E poi, piano piano, sono entrato, sempre come attore, in altri spettacoli. In questi due, tre anni di affiancamento di lavoro siamo arrivati di fatto a un rapporto costante, continuo e totale. Quindi io non lavoro più all’esterno, ho smesso di cercare lavoro in altre realtà. Il lavoro di Paola & Antonio mi ha sempre più coinvolto e appassionato. Da un anno sono diventato presidente della cooperativa, fatto che ancora di più mi lega a questa realtà e quest’anno ad aprile ho firmato la mia prima regia.
PE: Come ti trovi in questo gruppo „speciale“?
Grossi: Molto bene, nel senso che lavorare con questi attori mi ha fatto crescere tantissimo a livello attoriale, poiché, come dice Antonio, loro sono in scena con una verità che è difficile trovare in altri colleghi. È come se ti mettessero uno specchio davanti. E quindi devi trovare un modo per stare in scena diverso. Devi credere prima a te stesso e a quello che stai facendo. Quindi io ho cambiato tantissimo il mio stare in scena. Poi non so se l’aspetto finale agli occhi del pubblico è meglio o peggio. Ma la sensazione mia interna è di essere cambiato moltissimo. Con gli attori mi trovo benissimo perché è come se nella loro semplicità, mi viene da dire, andassero a smontare magari delle paure, dei problemi, dei pensieri che io o noi tutti abbiamo. Quindi il modo che hanno, generoso, di lavorare e anche la dedizione al lavoro, ancora una volta ti fanno capire che tu sei lì per quello. Io mi alzo la mattina per andare a lavorare, mi alzo per andare al T.RAUM ed è come dice Paola: vado a dedicare corpo e anima a un progetto artistico. Loro, questa dedizione, questa attenzione, questa disciplina ce l’hanno. Non ho mai visto nessuno dei nostri artisti entrare al T.RAUM seccato o infastidito. Appena arrivi al T.RAUM capisci che quella è la tua motivazione di vita! E non c’è un giorno che dico di non aver voglia di stare qui. Perché il processo, come dicevamo prima, comunque è condiviso. È un continuo evolversi di pensieri, di tentativi, di vite, ma che sono comuni.
Guerra: C’è una cosa che posso aggiungere: c’è anche l’aspetto comunitario, che noi dal nostro punto di vista mettiamo da parte, perché l’aspetto principale è quello professionale, quello del lavoro. Ma comunque entra anche quello comunitario, perché noi siamo tantissimo in tournée. E tournée è per noi, per la compagnia, un momento molto importante, perché prevede una vita in comune. Per cui, questo fatto può unire, può slegare, può trovare tutte le contraddizioni in una vita comunitaria, che in una tournée sono tante, viaggiamo, mangiamo e dormiamo insieme. Questa esperienza può essere anche molto faticosa.
PE: Antonio, vuoi aggiungere qualcosa?
Viganò: Noi non siamo in paradiso. Io penso che in tutto quello che facciamo le emozioni e la voglia che abbiamo di fare è forte e ci dice che si può andare avanti. Ma è anche dura, piena di conflitti. Noi siamo estremamente esigenti con gli attori. Perché così, anche in loro, nascono delle nuove capacità, capacità di autonomia personale, di leggere il mondo, di gestire le proprie emozioni, di capire i propri sentimenti, di sentire i propri limiti, di essere dentro in un progetto lavorativo che alla fine ti dà uno stipendio vero, con la tredicesima. Abbiamo fatto una scommessa importante. Poi ripeto, non è un paradiso perché chiediamo a chi viene, anche se si sente a disagio, di accettare la sfida. E c’è chi ce la fa e c’è chi non ce la fa. Chi ci lascia ha preso coscienza di una decisione che forse è proprio nata in quel progetto. Prima forse non se lo poteva permettere o non poteva nemmeno capirla. Oggi abbiamo degli attori che hanno fatto dei percorsi di dieci anni con noi e decidono di interrompere questa esperienza. E quando lo fanno, al di là che ci piaccia o meno, hanno maturato una forma di coscienza, di consapevolezza, che sia frutto anche del lavoro che abbiamo fatto insieme. Ora sanno viaggiare, vanno in aereo e al check-in ci vanno da soli. Anche questo è un patrimonio della nostra compagnia. Tutto questo non è sempre facile. Ma è, come ha detto Paola e anche Paolo: a noi questa cosa salva la vita. La loro disponibilità, essere lì tutti i giorni, la sentiamo come una bella responsabilità. Questa loro generosità, questa forma di purezza, a volte è anche difficile a gestire perché è facilmente manovrabile. Loro ci regalano delle cose così preziose che noi dobbiamo stare attenti a usarle. E poi c’è la cosa bella che rivendico qua: quando siamo in quello spazio di prova che si chiama T.RAUM, ognuno può permettersi di fare tutte le cose che vuole, perché non c’è giudizio. Allora, se non c’è giudizio, parlo del teatro, io posso fare qualsiasi cosa, perché l’altro non può giudicarmi. E questo crea anche una certa profondità. Ma anche per tenere in vita questa fiamma ci vuole tanta fatica. Dobbiamo continuare a scaldarci, se non lo facciamo, non ha più senso.
Guerra: Al Teatro la Ribalta possono venire tutti. Non è detto che però possa essere una cosa per tutti. E poi ci sono le famiglie degli attori. Le famiglie sono una componente importante, tante di loro sono soci fondatori di questa cooperativa. Devono assolutamente condividere questa nostra modalità. Senza la loro attenzione, senza anche la fiducia che ci viene data, sarebbe difficile lavorare. Non abbiamo sempre degli orari definiti, non è un laboratorio. Un giorno siamo in giro in tournée, poi tre giorni siamo al lavoro al T.RAUM, poi magari abbiamo qualche giorno libero. Questo nostro ritmo deve comunque sempre essere condiviso anche dalle famiglie.
PE: Sto pensando che, quando i genitori possono osservare come questi loro figli crescono, diventando sempre più autonomi, più responsabili, più maturi e difatti siano poi felici, sicuri di sé, in più quando questi genitori hanno anche la possibilità di poter condividere in parte questo importante viaggio di vita appunto dei loro figli, sia abbastanza normale, evidente, che cerchino di trovare il modo per poter dare anche loro stessi la propria parte per poter offrire ai loro figli la possibilità di proseguire questa strada così importante e preziosa. Per loro e anche per noi.
Viganò: Qui dobbiamo anche noi un grazie alla Lebenshilfe. È lei che sta molto attenta che ai ragazzi che vengono da lei accompagnati, possano trovare gli spazi che siano adatti a loro, ai loro desideri, alle loro capacità, ma anche alle loro possibilità. Continuano a cercare un’alternativa a quelle situazioni dove fanno dei lavori solo per essere occupati. Cercano degli spazi aperti, dove ciascuno possa sperimentare e trovare il lavoro che va bene per sé, che aiuta a potersi realizzare, trovare la propria posizione adatta per sentirsi poi a casa. Ed è lì che ci siamo incontrati condividendo questa idea per percorrere insieme questa strada.
PE: Martina, anche tu segui questa compagnia di teatro fin dall’inizio. Solo che all’inizio, per qualche anno, hai avuto il tuo posto di lavoro abbastanza lontano dal T.RAUM ed eri occupata più o meno con il lavoro burocratico. Da qualche anno, invece, anche tu ti sei trasferita in un locale al T.RAUM, da dove chiaramente puoi seguire la vita lavorativa degli attori tutti. Tu intanto segui la compagnia in tutto e per tutto. Addirittura, li segui anche nelle tournée. Ci racconti anche tu del tuo lavoro e delle tue esperienze?
Zambelli: Sono stata un po’ catapultata in questo settore, quando dodici anni fa era un progetto sul nascere, piccolissimo. Io mi ricordo che non avevamo una sede, non c’era il T.RAUM e non c’era nemmeno un ufficio. Quindi le prime riunioni le abbiamo fatte a casa di Paola & Antonio. Il mio ruolo, come l’ho sentito io, era sì di tipo organizzativo ma non solo, aveva anche il fascino di poter creare qualche cosa da zero. Sentivo che c’era una forte idea artistica, ma c’era meno l’idea di come poteva essere strutturata. Questa per me è stata una grande motivazione per portare avanti il lavoro organizzativo e quindi non mollare nei momenti più difficili. Il lavoro organizzativo ha un fascino diverso da quello artistico e meno immediato: se Antonio & Paola & Paolo ogni sera vedono il risultato del loro lavoro, per me il momento del „ritorno“ arriva dopo, quando vedo la produzione in scena e vedo il frutto di un lavoro, sia artistico che organizzativo, durato mesi. Vado anche in tournée a volte proprio per capire meglio le complessità dell’essere in viaggio e di conseguenza migliorare l’organizzazione e i preparativi. Come hanno già detto, qui non è possibile che ognuno faccia solo il lavoro per cui è stato assunto. Ognuno ha la sua specialità, ognuno fa il suo, ma poi si deve trovare nell’insieme quello che ci porta al risultato, all’obbiettivo che vogliamo e che desideriamo. Ecco, il mio ruolo lo vedo un po’ come un collante: tessere la rete della struttura che ci sorregge.
PE: Antonio, vuoi aggiungere un’ultima cosa?
Viganò: Vorrei aggiungere due cose: La prima è quella che sono gli attori che ci danno da mangiare, che grazie anche alla loro dedizione, alla loro forza, al loro sopportarci tutti i giorni, alla loro generosità, ci danno la possibilità di costruire e fare delle opere che hanno un valore artistico, che girano in Italia, come in tanti altri paesi, e che sono riconosciuti dalle istituzioni che finanziano anche la nostra attività. La seconda è che come noi, e come tanta parte del mondo, anzi come tutta la parte del mondo culturale e anche del mondo sociale, viviamo preventivamente di contributi pubblici. Vuol dire che chi ci paga è chi viene a vederci negli spettacoli, così come le istituzioni. E noi quella responsabilità la dobbiamo sentire. La dobbiamo sentire cercando almeno di restituirla con l’accanimento che ha a che fare con la bellezza. Restituiamo qualcosa al contribuente e a tutto il mondo culturale, quello della scuola e quello del sociale. Abbiamo questa responsabilità e anche per questo siamo ambiziosi. Altrimenti può sembrare che siamo lì soltanto in una forma assistenziale, ma a noi non basta. Abbiamo deciso per la scommessa artistica, la scommessa etica e politica da restituire alla comunità. Un concetto di bellezza che si possa rivendicare, uscendo dal teatro, per la vita.
PE: Antonio, Paola, Martina e Paolo, vi ringrazio di cuore per questo racconto bello e commovente sulla vostra vita teatrale che dividete con i „nostri“ attori e le „nostre“ attrici cosi speciali e, come dice Antonio, preziosi in tutti i sensi. Vi auguro ancora un lungo percorso assieme, pieno di belle scoperte, sorprese, scommesse e soddisfazioni!
Lebenshilfe Südtirol